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L'ISOLA CHE NON C'È.

Ho sempre fantasticato sull’esistenza di un luogo in cui il rumore delle risate dei bambini si sostituisse a quello assordante delle bombe.

Anche io desideravo un prato verde in cui giocare, correre e sentirmi libero da ogni paura, ma questo non mi era concesso.

La guerra si era impossessata delle nostre vite, facendoci vivere nel terrore.

Ricordo ancora il suono della voce spezzata di mia madre, quello delle armi e anche quello delle urla.

Si alternavano in modo confusionario nella mia testa, e anche nei brevi momenti di silenzio non mi davano tregua.

La candida melodia della natura veniva messa a tacere da tanta crudeltà.

Trascorrevo giorni interi all’interno di quella che, date le dimensioni, avevo ribattezzato “scatola”.

Casa mia, infatti, era minuscola, il mio letto consisteva in un tappeto adagiato sul cemento e una maglietta appallottolata era il mio cuscino.

Facevamo i turni anche per mangiare, ad ognuno della nostra famiglia spettava un pasto al giorno, questo perché non c’era cibo sufficiente a sfamare tutti.

Il momento più lieto della giornata? Sicuramente la notte.

Mio padre, dopo essere tornato a casa, stremato dal lavoro ininterrotto, si metteva accanto a me e mi rassicurava, diceva che quando avrebbe racimolato una somma di denaro sufficiente le cose sarebbero cambiate ed io avrei potuto vivere l’infanzia che meritavo.

Io i suoi occhi li vedevo, erano pieni di sofferenza, gonfi di lacrime che tratteneva.

Nelle sue parole, però, percepivo una piccolissima speranza e questo mi tranquillizzava.

Mi raccontava sempre la favola di Peter Pan, e io sognavo di diventare come lui, volevo raggiungere l’isola che non c’è, e mio padre mi ripeteva che un giorno l’avremmo fatto anche noi, bastava seguire la “seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”.

Così, dopo quelle parole mi addormentavo, ponendo fine ai brutti pensieri e immaginando il momento in cui saremmo finalmente partiti alla ricerca di questo posto felice.

Quella notte arrivò ed io non stavo più nella pelle, presi il mio zainetto a spalle, diedi un bacio a mia mamma che ci avrebbe raggiunto successivamente, diedi la mano a mio papà e ci mettemmo in marcia.

Dopo diverse ore e svariate trattative porgemmo i soldi ad un signore e salimmo su un barcone.

Non era quello che mi aspettavo, avrei preferito un galeone con un po’ di polvere di fata, che ci avrebbe permesso di volare, come nella mia favola preferita.

Nella realtà, invece, mi trovai sommerso da una folla di gente, gli spazi erano strettissimi ed eravamo uno addosso all’altro, non sembrava per niente divertente.

Dico a mio papà che l’inizio del viaggio non mi era piaciuto affatto ma lui sosteneva che avremmo dovuto affrontare una serie di prove, in preparazione all’immensa emozione che avremmo provato una volta raggiunta la riva.

Era tarda notte e mio papà si era addormentato, io invece non riuscivo a prendere sonno, così alzai gli occhi al cielo e mi trovai davanti una miriade di stelle, tutte bellissime, iniziai a cercare la seconda stella a destra, quella che più volte avevo sentito nominare, per capire se stessimo procedendo nella direzione giusta, e durante il tentativo crollai anch’io.

La mattina seguente la prima cosa che feci, dopo aver aperto gli occhi, fu cercare mio padre con lo sguardo, lui era lì, accanto a me.

Successivamente guardai oltre quelle onde, non vedevo l’ora di raggiungere l’isola, ma ancora non ne scorgevo nemmeno l’ombra.

L’unica cosa che riuscivo a vedere erano le teste dei miei compagni di avventura, e tra esse l’orizzonte, il punto in cui il mare e il cielo si incontrano.

Mi sembrava di andare verso il nulla, e non sapevo quanto tempo richiedesse il viaggio. Pensavo si trattasse di un paio di ore, ma era già passato un giorno.

Ero a digiuno e lo stomaco iniziava a farsi sentire, avrei voluto mangiare qualcosa, cucinato con amore da mia mamma, ma lei non c’era.

Chiedo a papà se aveva del cibo, ma la risposta fu negativa.

Trascorremmo diversi giorni in quelle condizioni, giornate monotone in cui mi annoiavo molto, avevo freddo, fame e nostalgia della famiglia.

Alcune persone la notte chiudevano gli occhi e la mattina non li riaprivano più, mio padre mi rassicurava dicendo che erano solo molto stanchi e stavano dormendo, ma a me quei volti ricordavano quelli dei cadaveri che vedevo per strada, quotidianamente, prima di partire.

Qualcuno finiva in mare ed io ero molto impaurito, gli adulti mi dicevano di stare tranquillo, che avevano semplicemente voglia di farsi una nuotata, ma io stentavo a crederci, anche perché molti di loro dopo poco venivano risucchiati da quel tempestoso manto d’acqua, e non li rivedevo più.

Questo gioco non rispecchiava nessuna storia magica, era uno spettacolo tristissimo e non mi andava di portarlo a termine.

Chiesi a mio papà se avessimo potuto ritirarci, gli dissi che non importava se il suono delle bombe non mi consentiva di sentire nemmeno il cinguettio degli uccelli, ma almeno c’era la mia mamma là, e andava bene così.

Volevo tornare indietro, ma lui mi disse che questo non era possibile, e che quando saremmo arrivati a destinazione avremmo vissuto in un contesto di amore, pace, dove avrei potuto andare a scuola e divertirmi con gli altri bambini.

Quell’immagine mi diede la forza di continuare la navigazione.

La mattina prima dello sbarco me la ricordo perfettamente, il sole era sopra le nostre teste ed io ero stranamente felice perché ci avevano appena comunicato che di lì a poche ore avremmo toccato terra.

Per un attimo mi era passata la fame e mi sentivo pieno di energie, mio papà però non lo era, era molto stanco e scottava, avevo paura che non si sentisse bene, ma lui mi disse che gli sarebbe bastata una dormita per recuperare le forze.

Così lo lasciai riposare e quando raggiungemmo l’isola iniziai a scuoterlo, avevo una gran voglia di fargli sapere che ce l’avevamo fatta, avevamo vinto noi, come quando Peter aveva sconfitto Capitan Uncino.

Ma lui non si svegliò, nemmeno quando ci ordinarono di scendere.

Mi strapparono da lui e io scoppiai in lacrime. Da quel momento non ho mai più visto i suoi occhi né avuto sue notizie.

Avevo 10 anni ed ero rimasto da solo, mi sentivo estraneo in quel posto, ero spaesato.

Niente corrispondeva alla descrizione che mio padre mi aveva fatto.

Ovunque mi girassi trovavo sguardi pieni di pregiudizi, battute infelici, frasi discriminatorie rivolte al colore della mia pelle, alla mia cultura, alle mie origini, al modo di vestire.

La gente parla senza sapere ciò che ho vissuto, non gli interessa la mia storia, si fermano all’apparenza.

Non sanno che io alla mia giovane età non avrei mai voluto lasciare mia madre e vedere mio padre morire sotto i miei occhi, non sanno quanto io abbia sofferto per raggiungere un luogo in cui poter studiare e uscire di casa senza aver paura di essere colpito da un proiettile.

Ma qui non è tanto diverso, mi sento escluso, non ho affetto, e quelle parole piene di cattiveria mi arrivano al cuore e fanno male, fanno molto male.

Era mio papà a ripetermi sempre che solo chi sogna impara a volare, e io nella vita ho desiderato la felicità con tutte le mie forze, ma ho ancora i piedi per terra.

Era sempre lui a dirmi che su quest’isola avrei vissuto circondato dall’amore, dalla pace, dal calore e dall’affetto delle altre persone, ma io qui vedo solo distanza e disprezzo.

Oggi ho 20 anni, ogni tanto aiuto un contadino a raccogliere gli ortaggi e a zappare la terra, sono uno dei pochi disposti a fare determinati lavori senza pretese e con una misera ricompensa.

Nonostante ciò sento spesso dire che noi migranti rubiamo il lavoro a chi vive qui da tempo, e mi fa sorridere che queste frasi escano da persone più istruite di me.

Da quando sono sbarcato sono stato accolto da un’associazione che si occupa di noi, ci insegnano la lingua, ci danno un posto dove dormire, alcuni vestiti e 2 euro al giorno per mangiare, eppure molti sostengono che stiamo meglio di loro.

Nella comunità arrivano spesso persone nuove di età diverse, tutte con la loro storia, il terrore negli occhi e la speranza che li ha spinti ad affrontarlo.

A volte mi si stringe il cuore a guardarli, scopriranno da soli che quell’isola tanto sperata è fittizia e può essere considerata “il male minore”.

Forse Peter aveva ragione, nessun nome era più azzeccato dell’isola che non c’è.

 

 

Autore:  Stefania Boscaglia

 

 

 

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