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Mustapha Keita - Storia di un viaggio di migrazione

“Quando racconto la mia storia mi sento libero”

La presentazione:

Mi chiamo Mustapha Keita, ho 22 anni, frequento la scuola Casa di Carità di Grugliasco dove studio tecniche di amministrazione aziendale.
Lavoro in aeroporto per la Croce Rossa e sono in front-line per l’emergenza Covid.

Cosa fai durante questo lavoro?

Sono in prima linea e misuro la febbre ai passeggeri che arrivano e partono dal territorio italiano.

Raccontaci la tua storia, come sei arrivato in Italia, cosa ti ha spinto a partire?

Il mio viaggio è iniziato 10 anni fa.
Nel 2002 in Costa d’Avorio, il mio paese, è scoppiata la guerra ma noi eravamo nella parte ovest e lì, fino al 2010, non c’è stata la ribellione. In un paese in guerra però gli atti violenti sono quotidiani, come il rumore degli spari. Pertanto non c’è la sicurezza.

Dopo lo scoppio della ribellione cos’è successo?

Nel 2010, dopo diversi accordi, i politici hanno deciso di porre fine alla guerra e andare a votare.
I candidati erano due oppositori molto influenti nel paese, le elezioni vennero vinte dall’uomo considerato straniero e l’altro non voleva accettare la sconfitta. Per questo motivo scoppiò la guerra civile in cui successivamente persi mio padre.
Mia madre invece non l’ho potuta conoscere perché è morta quando avevo 1 anno.
Sono cresciuto con mio padre, mia sorella, l’altra moglie e figli di mio padre.
Questa donna però non ci voleva bene.

Dopo lo scoppio della guerra sei partito subito?

No, mio padre è stato ucciso a novembre del 2010, io sono rimasto con mia sorella, perché la moglie di mio padre era originaria della Guinea e nel 2008 tornò nel suo paese con i suoi figli. Io e mia sorella non sapevamo dove andare, non conoscevamo i parenti di mia madre e non sapevamo nulla nemmeno della famiglia di mio padre, sapevamo solo che erano originari del Mali e che mio nonno si chiamava Mustapha come me.
Noi abitavamo in un piccolo villaggio, mio padre coltivava caffè e cacao, dopo la sua morte io e mia sorella, che era più grande di me, per sentirci più al sicuro, decidemmo di lasciare il villaggio per andare in una grande città distante 15 km, dove c’era molta gente.
Un giorno però lei uscì per cercare qualcosa da mangiare, sfortunatamente venne colpita da un colpo di pistola e morì anche lei.
Quindi nel 2011 sono rimasto da solo, avevo 12 anni e non sapevo più cosa fare.

Tu sapevi dove stavi andando?

Inizialmente non lo sapevo. Un giorno le persone della nostra etnia, che noi chiamavamo i nostri difensori, hanno deciso di fare uscire i bambini, le donne, le persone anziane e malate, questo perché non vi erano più abbastanza provviste di cibo. Ci hanno mandato in una grande città distante 70 km, lì eravamo tantissimi ognuno per i suoi motivi. Dopo due mesi decisi di andare in Mali a cercare i miei nonni, però non sapevo come fare perché non avevo soldi ed era molto difficile, chiesi aiuto a diverse società di trasporto e un giorno un signore per pietà mi accompagnò, da lì iniziai il mio viaggio. Arrivato in Mali non avevo un posto dove andare e rimasi per strada, dormivo sui banchi del mercato. Al mattino mi svegliavo e cercavo qualcosa da mangiare per sopravvivere.
Nel 2012 però in Mali scoppiò un’altra guerra e io non potevo più tornare indietro perché non c’era più nessuno della mia famiglia, così andai in Burkina Faso e lavorai in miniera per trovare dell’oro e poter ottenere un po’ di soldi.
Queste miniere venivano comprate da una persona molto ricca che cercava dei lavoratori.

Quante ore si lavorava lì?

Lì non c’erano ore, si lavorava dall’alba al tramonto, a volte anche di notte, si aveva sempre la speranza di trovare qualcosa.
Un giorno però un nostro amico disse che aveva perso l’oro, gli era stato rubato, andrò dalle forze armate a denunciare, ci costò la galera perché eravamo clandestini.
Sono rimasto 7 mesi in prigione, avevo 13/14 anni, anche se fisicamente ne dimostravo di più: vissuto l’inferno.
Vendetti tutto l’oro che avevo guadagnato per poter pagare l’uscita di galera, ma questi soldi non furono sufficienti per assicurarmi la libertà. Vi era però un traffico di esseri umani, le donne ricche di notte pagano i vigilanti per comprare dei giovani forti, una donna mi scelse e mi portò con sé nella capitale del Burkina Faso. Mi chiese cosa mi piaceva fare, io ho sempre amato il calcio e la scuola, ma non avendo documenti non potevo accedere all’istruzione, mi era concesso però giocare a pallone e frequentare qualche corso serale per persone più grandi.
Ho così a cuore la scuola che quest’estate ho raccolto del materiale come quaderni e biro, li ho spediti nel mio villaggio per aiutare i bambini.

Che corsi erano, cosa si studiava?

Non erano corsi di specializzazione, frequentavo il liceo, perché le elementari le avevo fatte nel mio villaggio. La materia che mi ha appassionato di più è stata la letteratura africana, mi piace molto leggere e scrivere. Lì avevo un motorino, mangiavo, dormivo su un letto però non era la vita che volevo. Quindi dopo circa 1 anno ho venduto la moto e sono scappato di nuovo, questa volta verso l’Algeria. In questo paese mi sono fermato due anni, avevo trovato un lavoro che mi faceva guadagnare bene, ma sono nuovamente finito in galera per 8 mesi per mancanza di documenti. Questo era un carcere minorile, quindi meno duro di quello del Burkina Faso.
Dopo questi 8 mesi mi hanno fatto uscire con un foglio di via, ovvero dovevo lasciare il paese, però non avevo più soldi perché non potevo più tornare in cantiere. Sono partito e mi sono diretto verso una città distante circa 600 km, ho trovato lavoro in una fabbrica di farina, caricavo e scaricavo i sacchi dai camion.
Nel 2016, dopo la finale degli Europei tra Portogallo e Francia, un ragazzo di colore ha litigato con un algerino, uccidendolo.
Scoppiò quindi una guerra contro i migranti e il governo decise di rimandarli indietro.
La legge della migrazione però non lo consentiva, gli algerini presero i migranti e li portarono nel deserto, molti non riuscirono a sopravvivere, morirono di fame e di sete in mezzo al deserto.

Tu come hai fatto a sopravvivere?

Io rimasi in Algeria, a Laghouat una città tranquilla, non uscivo più, avevo smesso anche di andare agli allenamenti di calcio per non farmi beccare dalla polizia. Uscivo solo al mattino prestissimo per andare in fabbrica, quindi sentendomi in galera e non volendo più vivere così decisi di andarmene, iniziai così il viaggio verso l’Europa.
Raggiunsi la Libia, dopo diverse torture e campi di detenzione, ho provato tre volte il viaggio per mare.
Nel primo viaggio eravamo 165 sulla barca, tra cui bambini e donne, nel mezzo del mare ci hanno tolto il motore, fortunatamente ci hanno salvato. Dopo due settimane ho ritentato, questa volta però ci hanno arrestato. Succedere che arrivi ad non avere più paura di nulla, perché ormai hai perso tutto, per cui ho ritentato per la terza volta il viaggio.
Il 6 ottobre 2016 sono sbarcato a Siracusa e mi hanno portato a Settimo.
Io avevo il numero 765, quindi avevo più di 700 persone davanti che dovevano trovare una struttura in cui stare.
Non è stato facile perché ero abituato a 50 gradi, mentre qui a novembre c’era molto freddo.
Dopo due mesi sono andato in Germania, i tempi di attesa per trovare un posto libero erano troppo lunghi ed ero impaziente.
Per la convezione di Dubino, la responsabilità dell’asilo è del Paese di primo sbarco, dopo otto mesi sono tornato in Italia, anche con una caviglia rotta, perché mi ero fatto male mentre stavo giocando il torneo di calcio regionale.

Quando sei tornato in Italia cos’è successo?

Sono tornato in Italia il 17 settembre 2017.
Ho fatto la richiesta d’asilo, ma non avevo un posto dove dormire: ero per strada.
Dopo una settimana ho incontrato un amico, mi ha portato clandestinamente nella sua struttura, andavo solo per dormire, alle sei di mattina fuggivo via per paura che mi scoprissero.
Parallelamente ho fatto la richiesta all’ufficio stranieri del Comune di Torino, ma i tempi d’attesa sono eterni, soprattutto per chi, come me, non aveva nulla.
A Settimo avevo conosciuto una ragazza, grazie a lei ho incontrato l’associazione Refugees Welcome, che lavora per mettere in contatto famiglie disponibili ad accogliere richiedenti asilo. Così ho trovato una famiglia che mi ha accolto per otto mesi, successivamente l’ufficio stranieri è riuscito a trovare uno Sprar a Torino, vicino al parco Palatucci.
Frequentavo già la scuola e ho preso la licenza media e poi mi sono iscritto alla Casa di Carità.
Parallelamente ho anche fatto il corso alla Croce Rossa.
Il 1 gennaio 2020 però, siccome non c’era più la guerra nel mio paese, con la legge di Salvini non potevo più stare nello Sprar e ho dovuto lasciarlo. A febbraio un’altra famiglia mi ha accolto, sono rimasto lì fino ad agosto, poi ho trovato lavoro con la croce rossa.

Ora vivi da solo?

Ora vivo con dei coinquilini, ho affittato una stanza.

Qual è la cosa positiva che ti ha portato tutto questo percorso?

Sicuramente la speranza, credere in sé stessi e non arrendersi mai.
Quando hai bisogno di qualcosa devi sempre continuare a lottare per ottenerlo perché il mondo non è un posto giusto, per nessuno.

Hai un sogno o un obiettivo che vorresti raggiungere?

Il mio obiettivo è quello di aiutare gli altri, inoltre vorrei continuare gli studi e prendere il diploma.

Dopo ciò che ti è successo alla caviglia hai continuato calcio?

Sì ho provato, nel 2018 ho fatto un anno di prova all’Atletico di Torino, ma la caviglia mi faceva male quindi non mi hanno tesserato, anche perché non avevo né il codice fiscale alfanumerico, né la residenza.
Poi la squadra del Chivasso mi ha chiamato ma non avevo la carta d’identità e non sono riusciti a tesserarmi nemmeno lì.
L’anno scorso sono andato al CBS di Milano però la caviglia continua a farmi male.

Di cosa ti occupi in croce rossa?

Per quanto riguarda il volontariato faccio un po’ di tutto, a Mappano facevo i trasporti perché ho anche fatto il corso di 118 e durante il primo lockdown ho lavorato sull’ambulanza.
Continuo a fare servizio di trasporto e servizio nei dormitori e nei centri di migranti, dove facciamo anche dei corsi di italiano di base.
Un altro ruolo che ho adesso è quello di sensibilizzare sul tema della migrazione i ragazzi delle scuola,  per far capire loro quanto sono fortunati.

Consiglieresti la tua esperienza di volontariato?

Sì, perché so cosa vuol dire avere bisogno e non avere nessuno che possa aiutarti.
Quindi per me la cosa più preziosa è dedicare il mio tempo libero alle persone bisognose.
Consiglio a chiunque abbia del tempo di donarlo a una persona che ha bisogno, rende felici prima noi stessi che gli altri.
Autore:  Ramona Hritcu
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