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Elena Celebrano - Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha qualcosa da dire a riguardo?

“Io in passato sono stata volontaria per un’associazione che si occupa di assistere le donne nelle varie fasi di queste brutte esperienze, ovvero il Telefono Rosa. Sicuramente la cosa che emerge in maniera evidente è che questo fenomeno è diffusissimo, non conosce frontiere territoriali o sociali. La violenza sulle donne assume forme molto diversificate. Noi siamo abituati a sentire parlare di femminicidio, che sicuramente è la manifestazione più estrema, ma esistono molte altre forme come la violenza psicologica o fisica, violenza sessuale, violenza economica o stalking. Sono tutte forme di violenza perpetrate ai danni delle donne come manifestazione anche di una cultura maschilista e sessista. La violenza psicologica, per esempio, è una violenza che colpisce la vittima in modo tale da spingerla a percepirsi con gli occhi di chi la perpetra, oppure la induce ad abbandonare contesti sociali come amici e famiglia, portando la vittima all’isolamento”.

Quindi possiamo dedurre che la violenza psicologica sia la più diffusa?

“Sì, questo perchè generalmente se ci sono altre forme di violenza, quella psicologica è sempre presente. Inoltre è la prima a manifestarsi, perchè man mano si insidia e consente a chi perpetra la violenza di avere il controllo, e successivamente di praticarne altre, come la violenza economica, fisica o sessuale”.

Qual è il ruolo della narrazione mediatica nell’ambito della violenza sulle donne?

“La narrazione mediatica ha un ruolo molto significativo perchè incide sulla modalità con cui si trasmettono determinate informazioni, e queste informazioni fanno sì che si creino opinioni, e sulle opinioni si costruisce la cultura delle persone. Le modalità con cui vengono trasmesse le informazioni di un caso di violenza sessuale è molto spesso viziata. I media, infatti, tendono a sottolineare diverse caratteristiche della vittima, come la gonna troppo corta, o il fatto che uscisse da sola di notte. Di conseguenza il lettore tende a fare associazioni sbagliate indotto da queste informazioni, che lo portano a colpevolizzare anche la vittima con la classica frase sessista ‘se l’è cercata’”.

Quali sono gli strumenti per prevenire una violenza, in particolare il femminicidio?

“Nel nostro sistema abbiamo un impianto normativo che a prima vista sembra ben strutturato e ben impiegato. Abbiamo poi centri antiviolenza, che si occupano attivamente dell’assistenza delle donne vittime di violenze, prima, mentre e dopo, aiutandole a cercare di ricostruirsi una vita e appoggiandole psicologicamente. Esistono inoltre iniziative che vogliono formare il personale delle forze dell’ordine ad accogliere in maniera adeguata le denunce che vengono proposte dalle vittime. L’Italia viene infatti ritenuta responsabile di ostacolare l’accesso alla giustizia alle donne vittime di violenza proprio per la lentezza con cui tratta i casi. Per esempio, nel ‘caso Talpis’ la vittima si è rivolta alle autorità per denunciare le violenze domestiche periodiche subite dal marito. Le forze dell’ordine hanno fatto passare molto tempo, e dunque l’uomo è arrivato al tentativo di femminicidio uccidendo però il figlio che cercò di difenderla. Per questo l’Italia è tutt’ora sotto controllo dalla corte di Strasburgo e dal consiglio d’Europa”.

Cosa scatta nell’uomo per permettergli di fare un gesto così folle?

“Quando un uomo decide di uccidere moglie o figli, ha alla base una concezione in cui l’uomo è il capo famiglia. Un retaggio di questa cultura è rimasto anche nella società odierna, la donna viene quindi considerata come qualcosa che appartiene all’uomo, e nel momento in cui la donna manifesta una sorta di indipendenza, l’uomo non riesce a metabolizzare il senso della perdita”.

Si tratta quindi di gelosia?

“La gelosia si ferma ad un certo punto, qui arriviamo proprio al possesso. Non c’è gelosia nei confronti di una persona, ma gelosia nei confronti di un oggetto che considero mio e quindi oggettivizzo la mia partner, che mi appartiene. Pensiamo al caso di Carignano, in cui l’uomo ha ucciso i suoi due figli e la moglie, perché se non è possibile che questa famiglia sia unita secondo le condizioni che desidera l’uomo, allora la donna non può crearsi una nuova famiglia. E questa è una cultura che bisogna abbattere”. Come possiamo diminuire il sessismo, nel nostro piccolo?

“Promuovendo iniziative in cui si parla del tema in questione, non vergognandosi del fatto di essere donne e di voler pretendere un certo ruolo. Quando le donne vengono chiamate ‘femministe’ la connotazione è spesso negativa. Giustamente ciascuno di noi ha dei diritti che ci vengono riconosciuti indipendentemente dal genere a cui apparteniamo ed è giusto pretenderli. Dobbiamo provare a cambiare la nostra cultura e per fortuna le nuove generazioni si stanno muovendo in questa direzione, quindi cerchiamo di seguire la scia!”.
Autore:  Ramona Hritcu