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Don Domenico Ricca - Oltre le mura del carcere: l'esperienza come cappellano

Don Domenico Ricca è un sacerdote salesiano, da quarant’anni è il cappellano del carcere minorile torinese «Ferrante Aporti», da dietro le sbarre ha visto la città cambiare.
E’ chiamato amichevolmente da tutti Don Mecu, ha uno sguardo severo che si scioglie in un sorriso gentile. Oggi settantaduenne, continua a dedicare la sua vita ai ragazzi reclusi.
Qui una selezione delle domande che ci hanno colpito di più.

“Puo descriversi in tre parole?”

“Seppur siano un po’ poche, direi che sono: un prete salesiano, cuneese e tengo per il Toro’.”

“In che cosa consiste il suo lavoro?”

“Questa è una domanda già più complessa. Io sono di vocazione salesiana quindi consiste tanto nello stare in mezzo ai ragazzi, consiste in un approccio che non sia autoritario ma che sia il più possibile confidenziale. I ragazzi spesso in me riescono a riconoscere quell’autorevolezza, forse data dall’età o dal ruolo.
Il mio lavoro è stato descritto in un libro, uscito circa cinque anni fa: “Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti”. In quel libro mostro come il mio consistere si è sviluppato negli anni, anche a seconda delle esigenze.
Io garantisco una presenza sia fisica che virtuale all’intero del Ferrante, vado al mattino e mi adatto alle richieste e bisogni.
Cerco di incontrare i ragazzi e chiedere come stanno in modo informale, senza fare colloqui classici.”

“Come ha iniziato a fare il cappellano nel carcere minorile?”

“Ecco questa è una domanda da 100 punti.
Io sono diventato cappellano per puro caso, perché essendo religioso ho fatto il voto di obbedienza.
Avevo 33 anni quando il superiore mi chiese se volevo andare a vedere il Ferrante Aporti, dove il parroco che faceva il cappellano non ce la faceva più. Il motto che ritorna nel libro è “se ti va” e il se ti va è diventato quarant’ anni di galera. Ho cominciato e poi ci sono stati altri se ti va, varie collaborazioni a cui non ho saputo dire no.”

Come è generalmente il rapporto con i giovani e che influenza ha la sua figura di prete?

“Rispettabilissimi, nessuna difficoltà. Certo che ci sono alcune volte in cui io pongo dei limiti, per esempio nella partecipazione dell’eucarestia domenicale.
Tempi fa, prima del lockdown era abbastanza aperta e poi un po’ per volta, visto che non possiamo essere tanti in chiesa, programmiamo la presenza ma deve essere una presenza che va accettata anche nelle sue piccole regole e i ragazzi ci stanno benissimo. Sono dei momenti di catechesi molto molto bella, l’ultima per esempio un ragazzo mi dice: “Io non sono battezzato, non sono niente ma voglio stare qua”. Benissimo! E così abbiamo cercato di fare delle messe – catechesi.
Comunque io direi specialmente con i ragazzi che sono meno credenti non ho avuto nessunissima difficoltà e nemmeno con i ragazzi arabi, perché hanno comunque il senso di rispetto della persona religiosa. In genere si riesce anche a buttar giù quelle barriere di timore, scherzare e ridere insieme. Non ho trovato difficoltà di nessun tipo in questo senso, certe volte però bisogna star attenti all’approccio e alle loro sensibilità, ma queste valgono dappertutto, anche con i ragazzi al di fuori da lì.”

Si è mai instaurato un rapporto più duraturo con un detenuto?

“Si è instaurato, poi ho anche capito che andava troncato perché i ragazzi bisogna lasciarli volare. Loro hanno bisogno di non sentirsi parte di quel mondo, ma di sentirsi parte di un mondo normale. E quindi mantenere un rapporto con il cappellano appunto del carcere non li avrebbe aiutati a ricominciare una vita normale.”
Autore:  Giorgia Rotondi