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Davide Tinti - Promozione della salute: il diabete fra miti e realtà

 Come ti descriveresti brevemente?

“Sono una persona curiosa, che pensa fuori dagli schemi, buona e che ama la “giustizia”. Sono un amante dei videogames, di tutto ciò che è “nerd” e della tecnologia, ma al tempo stesso penso al lato umano delle cose, cercando di mettermi nei panni degli altri”.

Come hai capito che fare il diabetologo sarebbe stata la strada giusta per te? E perché hai scelto di farlo?

“Io sono un pediatra, quindi sono un medico che lavora con bambini, ragazzi e famiglie. Ho cercato di approfondire l’aspetto della diabetologia perché mi tocca da vicino. Ho avuto il diabete di tipo 1 quando avevo 15 anni, mentre frequentavo il secondo anno di scuola al Majorana. Saperlo è stato un fulmine a ciel sereno perché in un momento in cui un ragazzo si sente invincibile e inattaccabile, ricevere una diagnosi di una malattia cronica come il diabete di tipo 1 destabilizza. Quando è successo mi sono promesso di non abbattermi e di rispondere colpo su colpo. Volevo imparare, saperne il più possibile a riguardo. Durante il mio percorso di cura ho incontrato medici che mi hanno sempre aiutato e grazie ai quali ho considerato la figura del medico come colui che accompagna i propri pazienti verso un percorso di benessere. Ho capito che avrei voluto rendere indietro tutto ciò che avevo ricevuto”.

È stato difficile convivere con il diabete? Quali sono stati gli aspetti che ti hanno messo più a disagio?

“È stato proprio come sentirsi diverso. Sei una persona che ha problemi di salute, quindi ogni volta che vuoi mangiare qualcosa devi valutare cosa e quando mangiare, devi controllare la glicemia spesso, ci sono tanti momenti in cui devi prendere delle decisioni quando magari non vorresti. Quindi la prima difficoltà è stata proprio il sentirsi diverso.                                                                                                    

Un’altra difficoltà sta nel confronto con gli altri, quando sai che loro stanno bene e tu no e ti chiedi “perché a me”?                                                                                

Inoltre avere il diabete vuol dire anche utilizzare aghi. Ricordo ancora una bidella al Majorana che mi disse: “Ma cosa fai? Ti stai drogando?” la tipica battuta scontata che però a me non fece molto sorridere”.

Quando hai iniziato le superiori avevi le idee chiare sul tuo futuro lavoro?

“Diciamo di sì, volevo fare l’informatico perché mi piacevano la tecnologia e i computer. Ero indeciso se fare il programmatore o il sistemista poichè mi davano entrambe soddisfazione. Stando al Majorana ho capito che l’informatica in realtà non è così facile, per cui avevo capito che sì mi piaceva, ma facevo un po’ difficoltà. Nonostante ciò continuavo per la mia strada e iniziai a pensare di voler diventare un ingegnere informatico. Con il passare del tempo, però, cresceva in me un dubbio, finché non arrivò il diabete, che comunque non fece cambiare i miei piani.

Mi resi conto che c’era una materia, biologia, che mi piaceva un sacco, mi appassionava molto e che non facevo fatica ad apprendere, anzi, mi veniva voglia di approfondire ciò che studiavo.                                                                               

Verso il quarto anno iniziai a pensare di voler fare il medico e all’ultimo anno decisi che avrei tentato il test di medicina. Al momento dei test mi iscrissi sia a medicina sia a biotecnologie, dato che la parte tecnologica continuava ad interessarmi e poi… è successo!”

Dato che anni fa hai frequentato il Majorana, che ricordi hai della scuola, dei professori…?

 “Ho dei ricordi belli di quei professori e compagni che mi hanno lasciato delle cose, anche brutte. Il ricordo della quotidianità al Majo un po’ mi manca, non so bene il perché in realtà. Sono sempre stato un ragazzo a cui piace studiare, quindi erano normali i litigi, le prese in giro, le richieste di chi voleva che passassi i compiti o le verifiche, ma ricordo con piacere anche queste cose.                                              

Per quanto riguarda i professori, ho un ricordo particolare del mio prof. preferito, che mi fu accanto durante il periodo della diagnosi, di quando in gita a Firenze ci trovavamo in una discoteca, in seconda superiore, ed ero nel retro di un bagno con lui perché a quell’ora dovevo farmi l’iniezione di insulina e lui mi disse: “Dai, tu fai che io ti guardo, però mi raccomando non ti emozionare perché non voglio che pensi male”. Fu una frase che mi strappò un sorriso. Era il primo momento in cui mi trovavo da solo lontano da casa, con una malattia cronica e una terapia insulinica da somministrarmi, ma mi sono sentito a mio agio.                                                                                                      

Un altro professore che ricordo è quello di disegno- Lui mi fece dannare… ero proprio incapace a disegnare! Dopo una serie di 4 e 5 finalmente riuscii a prendere un 6 e penso di aver sudato molto di più quel 6 rispetto al 110 in medicina! Conservo un bel ricordo anche di lui, che mi mise alla prova, e di me, che riuscii a vincere la mia piccola sfida personale”.

Se dovessi tornare indietro nel tempo sceglieresti nuovamente il Majorana o cambieresti scuola?

“Se mi aveste fatto questa domanda qualche anno fa vi avrei risposto che il Majorana non l’avrei mai scelto, non mi piaceva, non prepara bene. Devo dire che però ci stavo pensando qualche settimana fa e sicuramente ho avuto fortuna, perchè ho fatto il Majorana e sono dove sono, per cui probabilmente non mi ha preparato poi così male. Inoltre il Majo mi ha dato tante cose che altre scuole non danno, come l’approccio tecnico e pratico e soprattutto in questo momento in cui medicina e tecnologia vanno di pari passo, mi rendo conto che sono uno dei pochi medici che ha una conoscenza della tecnologia discreta. Quindi devo dire, col senno di poi, rifarei mille volte il Majorana”.

Prima ci hai spiegato che sei un diabetologo, come mai hai scelto di concentrarti nell’ambito infantile?

“Quando mi sono descritto poco fa mi sono dimenticato di dire che sono anche un po’ bambino, mi piace l’aspetto giocoso delle cose, non prendersi troppo sul serio, che non significa fare le cose in maniera superficiale, significa concentrarsi sul contenuto e non sulla forma. Quando si parla di medici ci si aspetta l’adulto in giacca e cravatta, sempre vestito bene, che parla in modo forbito e io non mi sentivo molto a mio agio con questa figura. Con i bambini invece bisogna essere diretti, sinceri, cosa che i bambini, al contrario degli adulti, apprezzano molto e queste caratteristiche sono parte del mio carattere. Inoltre volevo essere una figura che aveva un impatto sulla vita dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie. Spesso gli adulti sono un po’ reticenti su ciò che dicono i medici. Per quanto riguarda i bambini, invece, se si crea un legame con loro sono estremamente ricettivi, quindi il consiglio di un medico ha un impatto molto più forte nell’età dello sviluppo rispetto all’età adulta. Ambivo ad eguagliare i medici che avevano seguito me, volevo dare tutto quello che potevo a questi ragazzi per cambiare loro la vita.”

Il diabete infantile possiede delle differenze rispetto al diabete che può avere un adulto?

“Sì, tutti conosciamo il diabete come la malattia di chi mangia troppi dolci, che riguarda più il diabete di tipo 2, che è il più frequente in età adulta, in cui c’è una componente genetica e una ambientale riguardante lo stile di vita che conduce una persona. In età pediatrica non è così, il diabete di tipo 2 è la minoranza, mentre il più frequente è il tipo 1, una malattia autoimmune. Ciò significa che c’è una risposta alterata del sistema immunitario, per cui le nostre difese immunitarie anziché distruggere solo ciò che ritengono lesivo (batteri, virus, funghi, ecc.) decidono che le cellule beta, che sono le cellule contenute nelle isole di Langerhans, a loro volta contenute nel pancreas, sono il nemico e iniziano una distruzione progressiva di tali cellule, riducendo la produzione di insulina, che è un ormone chiave per il funzionamento del nostro corpo. Senza insulina il livello di zucchero nel sangue (glicemia) schizza a valori molto alti provocando il diabete di tipo 1 e non è legato a ciò che una persona mangia.”

Il diabete adulto e quello infantile vengono trattati nello stesso modo o ci sono metodi di cura differenti?

“Dipende dalla tipologia di diabete, se parliamo di tipo 1 e 2 (dove il tipo 1 è identificato per i bambini e il tipo 2 per gli adulti) sì, la terapia è differente.                                                                  

Nel diabete di tipo 2 solitamente si utilizza una terapia legata allo stile di vita, quindi una dieta sana ed equilibrata, un’attività fisica regolare e alcuni farmaci che stabilizzano l’effetto dell’insulina, come la metformina (una pastiglia ad uso orale). In caso non bastassero questi farmaci si intensifica la terapia con iniezioni di insulina.                                                                   

Nel diabete di tipo 1, invece, si ha una triplice terapia: dieta e attività fisica, che servono a stabilizzare la glicemia (per evitare sbalzi), e la terapia insulinica che è fondamentale fin dal principio dato che in questa tipologia di diabete c’è un deficit di insulina e di conseguenza bisogna somministrarne poiché è un ormone chiave e fondamentale per il nostro organismo. Entrambe le tipologie devono controllare la glicemia per dosare l’insulina in maniera corretta. Il medico non decide la dose in maniera casuale, ma lo fa in base a quanto zucchero c’è nel sangue; se il livello di zucchero è più basso si farà meno insulina, mentre se nel sangue il livello di zucchero è più alto, allora se ne farà di più. Una volta l’unico metodo per misurare la glicemia era bucarsi continuamente il dito, adesso ci sono anche dei sensori che sono chiamati CGM, che misurano di continuo la glicemia, dando ogni cinque minuti il valore di glucosio interstiziale, cioè una stima della glicemia. Questi strumenti sono utilissimi per entrambi i tipi di diabete, per avere sempre sotto controllo i livelli glicemici. I più evoluti tra questi hanno anche degli allarmi, per cui avvisano quando la glicemia del paziente scende o sale troppo.”

Un genitore come può aiutare il proprio figlio se malato di diabete?

“Dipende dall’età del bambino. Se parliamo di bambini piccoli il genitore è chiamato a fare tutto, questo impegno è talmente pervasivo che alcuni genitori si definiscono “di tipo 3″ (che non esiste). Quando il bambino cresce, la cosa migliore che può fare un genitore è insegnare al proprio figlio/figlia come gestirsi in maniera adeguata, cioè passare al ragazzo le conoscenze della malattia acquisite nel tempo, cosa fondamentale per quando il ragazzo sarà indipendente, così che non si trovi spiazzato. In ospedale esiste un team di figure intorno al medico, tra cui l’infermiere, che è fondamentale per quanto riguarda la parte di educazione terapeutica, il dietista per quanto riguarda la parte sulle conoscenze della dieta e dell’alimentazione, lo psicologo come supporto al bambino e la famiglia, l’assistente sociale, le associazioni di pazienti per dare supporto alle famiglie stesse, gli enti regolatori, molte figure che ruotano intorno alla persona.” 

Prima ci hai spiegato che i diabete di tipo 1 e 2 sono i più diffusi. Quali altre tipologie ci sono?

“Ci sono varie categorie di diabete: tipo 1, tipo 2, altro e il diabete gestazionale. Tra questi ci sono molte forme diverse come il diabete genetico (chiamato anche monogenico) in cui un gene mutato provoca iperglicemia a causa di meccanismi patogenetici differenti, ad esempio possono essere legati allo sviluppo di B-cellule o alla sensibilità al glucosio. Queste forme sono anche dette diabeti modi e sono delle forme più rare, avendo degli esordi benigni e più lievi, spesso vengono diagnosticati erroneamente come diabeti di tipo 2. Come Società Scientifica Nazionale (Siedp) e Internazionale (ISPAD), crediamo che ci siano molti più soggetti con diabete genetico rispetto a quelli attualmente noti. Esistono altre forme di diabete come i diabeti legati ai farmaci (ad esempio il cortisone) e sono chiamati farmaci diabetogeni. Alcuni sono legati ad altre malattie come la fibrosi cistica (una malattia genetica), o forme legate a sindromi che predispongono al diabete. Un’altra forma di diabete infantile è il diabete neonatale in cui la mutazione di un gene provoca l’iperglicemia fin dalle prime ore di vita dei bambini e si distinguono in: diabete neonatale permanente o transitorio e sono molto difficili da trattare essendo in bambini così piccoli. In conclusione ci sono moltissime forme differenti di diabete e più si va avanti negli anni più se ne scoprono di nuove, grazie soprattutto all’evoluzione della tecnologia, ad esempio con l’utilizzo di pannelli di geni recentemente abbiamo avviato, in collaborazione con la genetica delle Molinette, un pannello in cui con un campione di sangue i genetisti possono analizzare una serie di geni implicati nelle iperglicemie e nei diabeti così che, in pochi mesi, con questo test ci sanno dire se il soggetto che è venuto da noi per un’iperglicemia ha un diabete genetico, quindi ha un gene mutato che gli provoca il diabete e ciò permette ai medici di dare un corretto percorso di cura, evitando di trattare  tutti i pazienti allo stesso modo.”

Quali metodi ci sono per la somministrazione dell’insulina? E quali svantaggi e vantaggi ha ognuno?

“Ci sono le pompe di infusione, chiamate microinfusori, che sono degli strumenti che permettono di erogare microdosi di insulina nei soggetti. Il medico può impostare delle dosi adeguate e precise per singole fasce orarie.                                                                                                          

La tecnologia è fondamentale in questo campo, si è quasi arrivati a creare un “pancreas artificiale”, ovvero uno strumento in grado di percepire la glicemia tramite un sensore, analizzare i dati, elaborare un modello e decidere le quantità di insulina da somministrare al paziente.”

Come si può prevenire il diabete?

“Se ti rispondessi a questa domanda probabilmente vincerei un Nobel! In questo momento il diabete non è né prevedibile né prevenibile quindi non possiamo prevedere se un soggetto svilupperà il diabete, se non con un esame del sangue venoso degli anticorpi del diabete, che però non fornisce informazioni chiare. Ci sono molte discussioni, infatti, in ambito di letteratura medica su quelli che sono gli impatti dell’avere uno o più di questi cinque anticorpi (IA-2A; ICA; GADA; IAA; Zn28A). Attualmente si ritiene che avere due o più di questi anticorpi porti alla diagnosi di diabete di tipo 1. Inoltre in caso non ci fosse la glicemia alta si parla di pre-diabete di tipo 1, cioè in futuro il paziente ne sarà affetto ma non c’è un periodo temporale chiaro di quando svilupperanno i sintomi. Inoltre non è prevenibile poiché, anche dovessi prevederlo, non ci sono attualmente dei farmaci che prevengono l’evoluzione della distruzione  B-cellulare. Si stanno studiando alcuni farmaci, ad esempio è uscito un trial sulla rivista medica più importante al mondo, New England journal of medicine, che identifica in un farmaco chiamato Teplizumab un anticorpo monoclonale. Si tratta quindi di un farmaco che agisce andando ad esplicare un’azione specifica sui linfociti e che sarebbe in grado di ritardare l’incidenza del diabete di tipo 1 di circa due anni. Ciò che si può prevenire è la chetoacidosi, cioè la modalità di esordio del diabete. I sintomi tipici del diabete di tipo 1 sono: bere tanto, fare tanta pipì e perdere peso (chiamati anche la triade del diabete 1), se il paziente non se ne accorge può succedere che il corpo non riesca più a sopportare la carenza di insulina andando incontro alla chetoacidosi. Quest’ultima è prevenibile se il paziente si accorge di essere affetto da diabete. La chetoacidosi è uno stato in cui il corpo è molto provato (si può arrivare al coma), c’è un respiro molto accelerato, molta stanchezza, nausea, vomito e un alito cattivo.”

Dopo essere diventato uno specialista, hai mai avuto a che fare, come collega, con un dottore di cui eri stato paziente in passato?

“Assolutamente si! Tutt’ora li vedo. Sono particolarmente affezionato ad una dottoressa che è stata il pilastro della diabetologia pediatrica torinese e probabilmente è proprio da lei che ho tratto la motivazione nel diventare medico. Per me è sempre emozionante vederla dato che è la persona che più mi ha ispirato in questo lavoro. Anche con altre persone che ho incontrato nella mia vita, come il primario del reparto, che ho visto nel mio percorso di cura, ho un bellissimo rapporto. Seguire le loro orme mi riempie di orgoglio e mi condiziona a fare sempre meglio per cercare di essere alla loro altezza. Infine c’è anche un’altra dottoressa che è stata la mia guida più scientifica e che tutt’ora è in servizio. Lei è stata per me una guida anche spirituale, da quando ho deciso di avvicinarmi all’ambito diabetologico pediatrico. In maniera molto dura questa dottoressa mi ha insegnato tantissimo, devo tutta la mia carriera a lei!”

C’è stato un momento della tua vita che non è partito in maniera positiva, ma che è stato un Kairos?

“Devo dire la mia diagnosi, mi ha dato quella spinta per cambiare la mia vita. In quel periodo mi ero un po’ “addormentato” all ‘idea che sarei diventato un informatico, invece questa diagnosi mi ha rivoltato la carte in tavola, mi sono rimesso in gioco. Quell’evento, sicuramente negativo, ha cambiato la mia vita e mi ha svegliato, quindi al netto delle mie esperienze la colgo come una cosa positiva. Mi ha fatto capire che volevo fare qualcosa di utile e di importante nella mia vita, mi è servito moltissimo per essere determinato. Una cosa che dico sempre è che non è difficile diventare medico, non bisogna essere geni, bisogna essere perseveranti, avere voglia di studiare tanto, di confrontarsi, essere umili e curiosi.”

Un consiglio per i ragazzi, per chi di loro avesse voglia di intraprendere il tuo percorso, quale sarebbero le cose essenziali da consigliare?

“Siate perseveranti e curiosi! Sicuramente studiare e avere una buona preparazione scolastica serve molto, però io posso studiare tantissimo facendo l’autodidatta oppure studiare pochissimo facendo il migliore dei licei, per cui sta sempre a noi saper sfruttare questa possibilità. Ognuno sceglie il proprio destino, si può avere successo nella vita anche da autodidatti. La cosa forse più importante, oltre alla curiosità, è la motivazione. Essere motivati nel raggiungere un obiettivo muove il mondo!”

Autore:  Simona Sfragaro
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